Uno o duo a modo tuo. Finale.

La seconda edizione di “Uno o duo a modo tuo” conferma la forza e la necessità di un formato che dà spazio alle voci teatrali emergenti. Il concorso, dedicato ad attori toscani under 35, si è svolto presso Teatro Ponte a Ema ed è stato organizzato dal team del teatro in collaborazione con Zona Crepuscolare.

Se nella prima edizione il focus era soprattutto sulla performance, quest’anno gli organizzatori hanno deciso di andare più a fondo, invitando performer che scrivono e mettono in scena i propri materiali. Pur potendo scegliere qualsiasi testo, la maggior parte dei partecipanti ha optato per opere originali — presentando monologhi e dialoghi che riflettono ricerca personale, urgenza e autorialità.

Il risultato è stato pienamente all’altezza: tutti i 12 finalisti hanno portato in scena lavori freschi, profondi e interessanti, offrendo una varietà di storie con punti di vista forti. Gli artisti emergenti non hanno bisogno solo di visibilità — hanno bisogno della possibilità di rivolgersi al pubblico con il proprio linguaggio, i propri temi, le proprie domande.

L’edizione 2026 ha mostrato una generazione che non ha paura di confrontarsi con la complessità. I lavori selezionati hanno attraversato identità, politica, pressione sociale, vita digitale e salute mentale, spesso mescolando ironia e disagio. Su sette finalisti, sei hanno presentato testi originali: un segnale chiaro di uno spostamento verso una scena sempre più autoriale.


Uno o duo a modo tuo

“Uno o duo a modo tuo” è un concorso dedicato ad artisti under 35 della zona di Firenze, pensato per mettere alla prova le loro capacità narrative in scena. I partecipanti — da soli o in coppia — sono invitati a presentare una performance di circa 10 minuti, in forma di monologo o dialogo, con la possibilità di accedere a premi in denaro o a un percorso di tutoraggio annuale. Il progetto nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio concreto alle voci emergenti, senza limitazioni di tema o genere: è possibile portare in scena un testo originale oppure confrontarsi con un’opera d’autore.

Il percorso prevede una selezione iniziale da parte della giuria, seguita da due serate di semifinale aperte al pubblico, fino alla finale. Durante le esibizioni, i partecipanti vengono valutati sia dalla giuria sia dagli spettatori, contribuendo a creare un dialogo diretto tra palco e platea. La partecipazione è gratuita e non richiede un profilo professionale: è sufficiente vivere nell’area fiorentina, esibirsi in lingua italiana e rientrare nel limite di età previsto.

Finalisti 2026: Salomè Baldion, Nora Gennai, Francesco Bivona, Martina Tropea, Sara Tombelli e Francesco Lascialfari, Valentina Simoncini, Rebecca Rossini e Luigi Marasco


La corsa contro il tempo

Uno dei temi più ricorrenti di quest’anno è stato quello della percezione del tempo. Già presente nelle semifinali — in particolare nel lavoro di Lara Fiordelisi, dove il tempo diventava una lente attraverso cui osservare amore e vita lungo tutta la loro durata — il tema è tornato in finale con due approcci distinti.

Correre di Valentina Simoncini affronta il tempo come costruzione sociale. Il suo monologo analizza la pressione di seguire una linea temporale predefinita: formazione, relazioni, stabilità, successo. Il ritmo del pezzo rispecchia questa urgenza, muovendosi rapidamente tra ironia e riflessione. La domanda di fondo resta aperta: questa corsa riguarda davvero la felicità, o semplicemente l’adesione a un modello? La performance mantiene un equilibrio tra leggerezza e malinconia, lasciando un impatto emotivo preciso.

Tempo di Martina Tropea sceglie invece una direzione più astratta. Il tempo diventa una presenza — qualcosa a cui rivolgersi, da interrogare, persino da affrontare. Il dialogo che costruisce è asimmetrico, simile a quello tra un bambino e un’autorità distante. Tuttavia, il tono non è puramente conflittuale. Il pezzo suggerisce una relazione più ambigua, in cui il tempo, pur nella sua indifferenza, sembra contenere la possibilità di un legame.


Il suono della vita

Un linguaggio teatrale diverso emerge in Rifugi di Sara Tombelli e Francesco Lascialfari.

La performance integra recitazione, sound design e composizione visiva in una struttura coerente. La presenza scenica di Sara Tombelli è precisa e controllata, capace di passare rapidamente tra stati emotivi senza perdere chiarezza. La sua interpretazione guida lo spettatore attraverso un testo volutamente tagliente, a tratti quasi scomodo.

Il contributo di Francesco Lascialfari è altrettanto centrale. Il suo strumento, costruito appositamente — un ibrido tra elementi acustici ed elettronici — produce un paesaggio sonoro che diventa componente attiva della drammaturgia. Più che accompagnare l’azione, interagisce con essa, generando tensione, atmosfera e ritmo. Il risultato è una performance che appare completa e attentamente costruita, nonostante la giovane età dei suoi autori.


La voce della giovinezza

In Una folla ignota, Nora Gennai (terzo posto) affronta la scena da una prospettiva più diretta e autobiografica. Il pezzo racconta l’esperienza di una giovane donna che cerca di trovare la propria voce in un contesto in cui non si sente ascoltata.

La struttura drammaturgica è semplice ma efficace: la metafora di un “microfono” che funziona solo per gli altri diventa una rappresentazione chiara dello squilibrio generazionale. Gennai combina elementi di slam poetry, stand-up e musicalità, creando una performance accessibile e immediata sul piano emotivo. Nonostante sia la finalista più giovane, dimostra una forte connessione con il pubblico, che risponde con la stessa intensità.


Il mondo delle scatole (e come uscirne)

Ascensore dal 145° piano di Salomé Baldion (secondo posto, con menzione speciale di Zona Crepuscolare) introduce una dimensione più narrativa e simbolica.

La storia si svolge in un mondo verticale, in cui la vita si sviluppa interamente all’interno di un edificio altissimo. L’esterno diventa astratto, quasi irrilevante. Questo sistema chiuso viene incrinato dall’apparizione di un suono sconosciuto, che spinge la protagonista ad abbandonare il proprio ambiente abituale e a scendere verso l’ignoto.

Il lavoro si configura come una riflessione sull’isolamento contemporaneo e sulle zone di comfort, in particolare in relazione alla vita digitale e all’esperienza mediata. Il viaggio della protagonista è insieme fisico e metaforico, mosso dalla curiosità più che dalla necessità. Il progetto proseguirà il prossimo anno come spettacolo completo — uno sviluppo che conferma la solidità della sua base concettuale.


La vita tra le righe

Il primo premio è stato assegnato a Rebecca Rossini e Luigi Marasco per Il Prossimo.

Il loro lavoro si costruisce su una situazione minima: due attori che si incontrano in una sala d’attesa prima di un provino. Tuttavia, la semplicità del dispositivo permette un’esplorazione precisa delle dinamiche interpersonali.

La scrittura si concentra sul sottotesto. Ciò che non viene detto diventa più rilevante di ciò che viene espresso direttamente. L’interazione tra i due personaggi rivela una tensione che oscilla tra familiarità e distanza, attrazione ed esitazione. Il dialogo è naturalistico, ma attentamente costruito per mettere in luce incomprensioni e scarti emotivi.

In un tempo limitato, la performance costruisce un frammento di vita completo e riconoscibile. La sua forza risiede nella misura e nella capacità di restituire un’esperienza condivisa senza forzare una risoluzione.


Nel complesso, la seconda edizione di “Uno o duo a modo tuo” conferma l’importanza di investire negli artisti emergenti non solo come interpreti, ma come autori.

Quello che emerge è una generazione già capace di articolare una propria visione — con diversi livelli di maturità, ma con un’urgenza chiara.

Più che una competizione, questo formato funziona come uno spazio di osservazione e crescita. E, se sostenuto con continuità, può diventare un punto di riferimento per la nuova scrittura teatrale sul territorio.

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