Temptation
30 e 31 maggio, il Teatro Ponte a Ema ha chiuso la stagione 2025/2026 insieme a Zona Crepuscolare con Temptation, testo di Asha Komarovskaia e regia di Marco Bartolini. Il pubblico è entrato nella cucina di Anna Brown e ha sbirciato nella vita di una famiglia come ce ne sono tante, scoprendo le crepe in quella facciata.
Una storia che parla di violenza all'interno della famiglia, strappandoci via la certezza che "quelli" sono solo mostri. Zona Crepuscolare, con il supporto di Associazione Nosotras e dello Sportello Vanessa di Ponte a Ema, porta in scena una fotografia impietosa e tragicamente necessaria.
“Temptation”
di Asha Komarovskaia
regia Marco Bartolini
con Bettina Bracciali, Chiara Foianesi, Sara Toti, Marco Bartolini
scenografia Lorenzo Scelsi
produzione Zona Crepuscolare
I muri dentro e quelli fuori
Il pubblico, appena si siede nella platea del Teatro Ponte a Ema, si trova davanti una cucina appena appena illuminata. E poi un piccolo tavolo da pranzo, un paio di sedie, un ficus nel suo vaso proprio vicino alla porta di ingresso. La scenografia, firmata Lorenzo Scelsi, tratteggia la sezione di un piccolo appartamento, senza arrivare a una pretesa di realismo: quasi a volerci ricordare che siamo in teatro, perfino con quell'orologio a muro che se ne sta sospeso vicino al fondale. I muri, anche nella loro assenza fisica, intrappolano i personaggi in quella che è una gabbia di mondanità e verità sottese.
Una famiglia come tante
La famiglia Brown ci viene presentata come una famiglia normale, con i suoi lutti e le sue difficoltà quotidiane. Le due sorelle, Anna e Lidia, sono cresciute con un padre con un rango non ben precisato, in un esercito che non sappiamo quale sia: la storia famigliare, raccontata da Anna, si sofferma molto di più sui cuscini che la madre ricamava per “dare l'illusione di una casa accogliente”.
Una famiglia che potrebbe vivere negli anni '90, oppure proprio ai giorni nostri. Una che, a parte il nome anglofono, è difficile localizzare con esattezza: sappiamo che non siamo in Australia, né in Germania... ma, a parte questo, attorno ai Brown potrebbe esserci un paese come un altro. Con questa scelta di generalizzare invece che specificare, Komarovskaia ci porta a guardare in uno specchio per riflettere su noi stessi. Come lo specchio a figura intera che, posto a sinistra del palco e di spalle al pubblico, riflette impietosamente la luce dei fari dritta sulle figure sedute in quella cucina.
Il peso del silenzio
Con il procedere della storia, diventa chiaro che il conflitto centrale di Temptation non è soltanto la violenza, ma il silenzio che la circonda. La famiglia Brown vive all'interno di un ciclo iniziato molto prima degli eventi raccontati sulla scena. Anna e Lidia sono cresciute osservando il padre maltrattare la madre, ma hanno portato quell'esperienza nell'età adulta in modi molto diversi. Lidia ha imparato a riempire ogni silenzio scomodo senza mai soffermarsi troppo a rifletterci su, mentre Anna ha cercato rifugio nell'ordine e nel controllo.
Nessuna delle due risposte riesce davvero a spezzare il legame con il passato. Anna sposa un uomo violento e, anni dopo, suo figlio manifesta la stessa attitudine alla crudeltà. Lo spettacolo suggerisce che il trauma si eredita non solo attraverso la sofferenza, ma anche attraverso le strategie che le persone sviluppano per sopravvivere ad essa. Dietro idee familiari come “i panni sporchi si lavano in casa” si nasconde una domanda difficile: se qualcuno avesse parlato prima, il ciclo si sarebbe potuto interrompere?
La vittima imperfetta
Delilah occupa una posizione particolarmente scomoda all'interno della storia perché non corrisponde all'immagine della “vittima perfetta”. È allegra, un po' chiassosa, aperta e fiduciosa verso gli altri: qualità che la rendono vulnerabile, ma che allo stesso tempo spingono gli altri a giudicarla.
Ciò che colpisce è che questo giudizio arriva spesso proprio dalle donne che dovrebbero comprenderla meglio. Lidia sembra irritata da Delilah nello stesso modo in cui talvolta si è irritati da una versione più giovane di sé stessi. Anna, invece, è sinceramente convinta di aiutarla. Eppure i suoi consigli si concentrano continuamente su ciò che Delilah dovrebbe fare in modo diverso, più che sul comportamento di chi la mette in pericolo.
Lo spettacolo non presenta queste reazioni come atti di crudeltà. Al contrario, esplora il modo in cui il victim blaming nasce spesso dalla paura e dall'esperienza più che dalla malizia. Delilah diventa così un promemoria del fatto che la società tende a sostenere le vittime soltanto quando queste si comportano nel modo che ci si aspetta da loro.
Quand'è che Anna capisce davvero?
Una delle domande più interessanti sollevate dallo spettacolo riguarda il momento in cui Anna comprende davvero chi sia suo figlio. Alcuni spettatori possono avere l'impressione che lo sappia fin dall'inizio e che semplicemente si rifiuti di riconoscerlo. Altri possono vedere una donna talmente legata all'immagine della propria famiglia da rimanere cieca fino all'ultimo, anche quando Alex arriva quasi a rivelare apertamente la verità.
La risposta cambia profondamente il modo in cui interpretiamo la sua scelta finale. Se Anna ha sempre saputo, proteggere il figlio diventa un atto di complicità. Se invece comprende la realtà soltanto alla fine, il pubblico assiste a una madre costretta a scegliere tra la giustizia e tutto ciò su cui ha costruito la propria identità familiare.
Lo spettacolo non risolve mai del tutto questa ambiguità, e forse è proprio qui che risiede uno dei suoi punti di forza. Anna non è innocente, ma non è nemmeno un mostro. È una donna plasmata dagli stessi silenzi che hanno plasmato tutti gli altri personaggi. Il pubblico può comprendere perché scelga la propria famiglia. Se questa comprensione conduca anche al perdono, è tutta un'altra questione.

